La seconda e ultima parte della scoperta dell’arrampicata sportiva sulle rocce di Arco dal libro Rock Master, l’arrampicata ad Arco.

>> Liberi di arrampicare la scoperta della roccia di Arco – parte 1

La sequenza delle azioni era quella di sempre. Quella che accomuna tutti i giochi – per primi quelli dei bambini – che hanno come unico scopo salire in alto: si scova la parete (il campo di gioco), ci si fa catturare da un percorso (l’oggetto del desiderio) e si cerca di andar su (per raggiungere la meta). Fin qui, dunque, nulla di così diverso dal solito. In realtà per comprendere la diversità di ciò che stava accadendo ad Arco occorre ritornare all’inizio della nostra storia. Vi ricordate quei sacri “dove”, “come” e “perché” che la consuetudine, e la prassi alpinistica, riservava in quegli anni all’arrampicata? Bene, proprio su questi cardini agirono i quattro amici… naturalmente, ma non casualmente, sconvolgendo il tutto. Naturalmente, ma non inconsapevolmente, andando al di là di ogni stereotipo e gabbia preconfezionata.

Cominciamo, dunque, dalla scelta del luogo o del “dove”. Le pareti e le vie, le linee come si dice in gergo, che catturavano l’immaginazione dei nostri erano alte circa venti-trenta metri, dovevano avere roccia compatta, liscia e inaccessibile alla scalata. Ergo: dovevano essere impossibili secondo il normale metro fino ad allora usato. Scovate le “belle e impossibili” ecco intervenire il secondo parametro dell’equazione, l’importantissimo “come” che, già lo sapete, non aveva nulla a che fare con l’arrampicata alpina tradizionale. Non se ne parlava nemmeno, infatti, di piantare una “fila” di chiodi e di salire, “in artificiale”, aggrappandosi ad essi. La prima regola del “come fare” non ammetteva deroghe: si deve salire, e la salita vale, se con le mani e i piedi si utilizza solo, ed esclusivamente, ciò che la roccia mette a disposizione.

Seconda regola, fondamentale, del “come fare” e del “valido” era che la via si doveva salire obbligatoriamente dal basso. Nessuna esplorazione, nessun tentativo con la corda dall’alto era ammesso. Se si cadeva, o ci si appendeva alla corda, bisognava scendere e ripartire dalla base. Così, senza sconti, si andava avanti finché l’equazione non fosse risolta, in un’unica soluzione e in libera.

Ma dov’è la novità? chiederanno a questo punto i lettori più attenti. In fondo, obietteranno, si trattava dello stesso atteggiamento che i nostri, e i più forti arrampicatori del mondo, quelli che aspiravano al cambiamento dell’alpinismo, avevano già cercato di applicare sulle grandi pareti alpine. Si potrebbe rispondere subito che è ben per questo, per questo suo carattere di unicità e di contestualità all’ambiente e alla società che le sta attorno, che questa storia, come tutte le storie, è sfaccettata e complessa. Aggiungendo, poi, che è anche per questo che l’inventore non sempre trova esattamente ciò che cerca, ma ciò non può certo far affermare a priori che non inventerà e non troverà mai nulla.

Oppure, ancora cercando di rispondere, bisognerebbe andare subito ai perché. Forse, come raccontano alcuni, tutto è davvero partito dall’idea di trasferire in montagna quelle nuove esperienze e super difficoltà. O forse, tutto era semplicemente già scritto nei geni di quegli anni visto che, anche in altre rocce del mondo, altri climbers si muovevano nella stessa direzione del nostro team di esploratori. O, ancora, come canterebbe il Guccini di Vedi cara, si potrebbe dire che: “E’ difficile spiegare… è difficile capire… se non hai capito già”.

E’ meglio, quindi, proseguire anche perché i nostri, allora, non si sono certo persi in troppe chiacchiere. E, fedeli alla regola aurea che senza il fare non c’è l’arrampicare, hanno continuato senza soste la loro esplorazione verticale, con una passione di cui forse loro stessi si sorprendono ancora adesso. Del “dove” e del “come” abbiamo detto diffusamente, anche se non proprio tutto. Per i “perché” speriamo che ognuno ricerchi i suoi. Così, ora, è arrivato il momento di parlare di quello speciale “sale” che i quattro mettevano nel loro modo d’interpretare la salita.

Come ormai sapete il calcare di Arco, che i nostri esploravano, si distingueva per compattezza, solidità, verticalità ma anche, e di conseguenza, per l’assenza di quelle fessure o di quelle predisposizioni naturali che si prestano per piantare i chiodi: Rappresentava quindi una nuova sfida, foriera di nuove, seppur sofferte, scelte… “tecnologiche”, alias: l’utilizzo dello spit, lo speciale e sicurissimo chiodo a pressione che s’inserisce nella roccia preventivamente bucata e che, per essere piantato, richiedeva all’epoca un duro lavoro a suon di martellate.

Fu così, mentre le lame rotanti e i missili intergalattici degli “Ufo Robot”, imperversavano inaugurando l’invasione dei fumetti giapponesi in TV, che Heinz e Roberto, “Sullo specchio delle mie brame” (variante della già citata “Renata Rossi” sul Colodri) piantarono il primo spit di Arco. Non riprenderemo nessuna delle discussioni che allora accompagnarono, e che in eterno e per sempre accompagneranno, l’uso dello spit. Con il senno di poi, non ci sembra così importante. Basti dire, invece, che senza lo spit non ci sarebbe l’arrampicata ad Arco, almeno così come la conosciamo ora, come non ci sarebbe in tantissimi altri posti. Quello che bisogna evidenziare, d’altra parte, è la parsimonia con cui i nostri usavano quei chiodi, che si possono piantare dappertutto. Era appunto anche questo il “sale” (con l’aggiunta di “pepe”) che mettevano nei loro esperimenti verticali.

Così il metodo, come le intenzioni, si andavano delineando e consolidando. Prima veniva la visione della linea: il primo atto creativo del progetto. Poi la spittatura calandosi dall’alto, ma senza provare o migliorare gli appigli. Infine la salita, sempre ed esclusivamente dal basso (a parte Luisa, unica esentata dalla regola), con ritorno obbligatorio allo start ogni volta che il gioco della libera s’interrompeva.

Fu così che i nostri impararono a volare. In alto verso le loro mete. Ma anche in basso, risucchiati dalla forza di gravità e trattenuti dalla provvidenziale corda, ogni volta che commettevano un errore. Dei gran bei voli, se si pensa ai misurati spit che usavano, e una gran novità, per la loro estrazione alpinistica che assolutamente non contemplava la possibilità di cadere in montagna.

Intanto, dalla Val di Fassa, a Manolo, Roberto, Heinz e Luisa si era aggiunto, Bruno, cooptato dallo stesso Heinz che lo convinse ad accantonare, almeno per un po’ le sue avventure montane. Diventerà famoso, il Bruno, oltre che per la sua fama di… “Orso Bruno”, anche per l’interpretazione letterale del: “Chi vola vale, chi non vola è un vile”, uno scioglilingua, in voga proprio in quegli anni, che la dice lunga sulle possibilità create dalla nuova arrampicata. Il gioco, in effetti, era intenso e bello. Arrampicavano liberi da tutto, anche dagli orari e dalle levatacce imposti dall’alpinismo. Erano i signori incontrastati di quello che creavano. E giorno dopo giorno s’inventavano una nuova arrampicata. Continuavano a scoprire tesori. A risolvere vie sempre più difficili, sempre più belle. E il gioco cominciava a diffondersi.

Arrivarono ad espandere il “dove” dal Colodri alla Spiaggia delle lucertole, in riva al Lago. Dalla Parete di San Paolo alla Gola di Toblino. Tracciando così i confini di un nuovo territorio che, con fulcro ad Arco, diventava sempre più grande e sempre più legato a quel modo di interpretare la roccia e l’arrampicata.

Dal 1983 al 1985 la Swing area, il Pilastro delle vergini, Gri Grill e la Spiaggia, diventano il manifesto delle più alte difficoltà d’Italia e avanguardia dell’arrampicata mondiale. Le prime salite di Dracurella, Nisida, Indiana Jones, Tursen e Sfinge (da parte di Manolo); di Superswing, Tom & Jerry, Pipistrello e 007 (da parte di Heinz); di Tom Tom Club (per Heinz e Bruno); di Luky Strike (per Roberto); e ancora le ripetizioni di Nisida e Tom & Jerry (per Luisa) sono tra i punti più alti toccati dal gruppo.

Tutte vie che rappresentavano non solo la soluzione di difficoltà all’inizio considerate insuperabili, ma anche una nuova coscienza dell’arrampicare. Era ormai nato il laboratorio del gesto, dell’arrampicata come arte e danza che basta a se stessa. Un’attività che dilatava i confini delle pareti di Arco e le ha proiettate nel futuro.

Prendendo a prestito il nome dato, da Aldo Leviti e Renato Bernard, ad una di quelle nuove vie, si può dire che quella stagione e quel fermento aprirono Nuovi orizzonti per gli arrampicatori. Anche se, ironia della sorte, proprio quella falesia che portava uno dei nomi più evocativi e significativi di quell’epoca fu, pochi anni dopo, l’unica ad essere chiusa per volontà dei proprietari dell’area. Scherzi del destino o degli orizzonti ancor troppo lontani? La strada di Arco, intanto, era entrata nell’agendina di viaggio di tutte le nuove generazioni di arrampicatori, che cominciarono ad arrivare (e continuano ad arrivare) da tutte le parti d’Italia e del mondo. Arco e la Valle avevano trovato la loro vocazione. Avevano ormai imboccato la strada, quella dell’arrampicata, che continueranno a seguire fino ai nostri giorni.

Anche Heinz Mariacher, Maurizio “Manolo” Zanolla, Luisa Iovane, Roberto Bassi e Bruno Pederiva, i protagonisti della nostra storia, avevano trovato la loro strada. Dopo la magnifica stagione di scoperte ed esplorazioni, gli inconsapevoli inventori, ora certamente più consapevoli e liberi di arrampicare, si diressero verso altre rocce. Verso altre esperienze, forse alla ricerca di quegli stessi irripetibili sogni che avevano vissuto tra le rocce del Lago. Avevano aperto le danze, e le porte, per tutte le altre storie che si sono succedute su queste pareti. Avevano reso possibili i loro sogni. E altri, su quelle stesse rocce, hanno continuato, e continuano, a cercare e far vivere i propri di sogni. Primo, fra tutti, Roberto Bassi, l’unico del gruppo che, finché il destino non fermò la sua corsa e la sua giovanissima vita, non smise mai di percorrere quelle pareti.

Sempre lui, Roberto Bassi, fu anche uno dei protagonisti, insieme con Luisa Iovane, della nuova stagione, quella delle gare, che proprio nel 1985 s’affacciava sulla scena dell’arrampicata. Ma questa è un’altra storia. Anzi fu un’intuizione, programmatica, nata da un’invenzione. E pure questa, come vedremo, ha avuto Arco come protagonista…

di Vinicio Stefanello (dal libro: Rock Master – L’arrampicata ad Arco edito nell’agosto 2005)

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